KAINUA - Festival Occidente - Marzabotto 26-28 giugno 2009


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Conferenze

Programma


HANNO COMUNICATO LA LORO PARTECIPAZIONE
CON DEGLI INTERVENTI
(programma in definizione)

Sabato 27 ore 16.00

Dr. Gioal Canestrelli

"I munera funerari presso i Celti - la pratica dei combattimenti funebri"


Solitamente accostati per antonomasia alla cultura romana, i Ludi Gladiatori erano una pratica comune di molte genti indeuropee, compresi i Celti. Così come nei primordi delle culture italiche, i giochi gladiatorii celtici erano strettamente connessi con la ritualità funeraria, analogamente ai “munera” etruschi.
Il primo a parlare dell’uso dei giochi funebri presso i Celti è Tito Livio, che accenna al fatto che i Celtiberi alleati di Roma offrirono un gran numero di combattenti per i giochi funebri in onore di Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione l’Emiliano.
Livio (XXVIII, 21), cosi come Silio Italico (XVI, 537), insisteranno sul fatto che i “gladiatori” offerti dai Celtiberi non provengono da un ceto servile, ma che si tratta di uomini liberi, proprio come i Bustuarii dell’Italia arcaica. Sempre da fonti romane sappiamo che l’esercito di Annibale, subito dopo l’attraversamento dei Pirenei, subì una battuta d’arresto forzata causata dai mercenari celtici, che vollero celebrare la morte di alcuni loro condottieri “vestiti con le loro armi più belle e contendendosi l’onore di combattere alla morte” per accompagnare i defunti nell’aldilà. Una delle classi gladiatorie più caratteristiche dei Celti è senza dubbio quella degli Andabati, che si conservò anche dopo la conquista romana e che durante il periodo repubblicano venne assimilata nelle scuole gladiatorie romane.
Gli Andabati erano dei gladiatori che combattevano alla cieca, con elmi che impedivano la vista, secondo uno stilema basato sul tema della fatalità della morte e dell’imperscrutabilità della sorte, tanto caro alla mitologia celtica (cfr. Christian Guyonvarc'h "Gaulois Andabata, Gladiateur aveugle" "Ogam" n°15, 1963).
Il nome stesso della classe gladiatoria indica le sue peculiarità: la base verbale "-bata", in Gallico, ha la medesima radice del latino "battuor", e significa parimenti "battere, colpire con oggetto contundente" (cfr. Francoise Le Roux & Christian J. Guyonvarc'h, "Les Druides"), mentre il tema "*Anda", riscontrabile in Sanscrito, sta a significare ne più ne meno che "cieco". L'Andabata quindi è "Colui che bastona alla cieca". Ulteriori conferme sulle modalità di combattimento degli Andabati ci sono date dall’analisi trasversali delle fonti latine: Già nelle Satire Menippee, di Gaio Terenzio Varrone, ne ritroviamo una dal titolo "Andabata, de hominum caecitate et errore", e San Girolamo più volte utilizzerà la metafora dell’Andabata come termine di paragone dell’affannarsi senza avere un obiettivo visibile e una conoscenza della materia del contendere:
"more andabatarum gladium in tenebris ventilans" (adv. Helvid., 3)
e ancora "clausis [...] oculis andabatarum more pugnare"
ovvero "combattere ad occhi chiusi secondo la maniera degli Andabati"
(adv. Jovin., I, 36) Erasmo da Rotterdam poi scriverà "Andabatarum in tenebris pugnantium more" in un interessante metafora per descrivere di chi si azzuffa su argomenti che ignora e non conosce.
Più tardi, alla fine del 1600, ne "La Gondola a Tre Remi" Girolamo Brusoni scriverà:
"se Amore avesse da diventar gladiatore sarebbe piuttosto
andabata, che reziario, dando egli i colpi alla cieca, e alla disperata senza guardare in faccia a nessuno" Interessante in questo cogliere dei parallelismi con alcuni combattimenti rituali ancora praticati in contesto indoiranico, dove degli atleti dal volto chiuso in un sacco e armati di bastoni si affrontano, oppure con la ritualità del sacrificio del “Phersu” etrusco, nello svolgersi del quale una vittima bendata e armata di clava doveva difendersi da un armato e da un cane da caccia.
Oltre agli Andabati, sappiamo sempre grazie a Tacito dell’esistenza di un’altra classe gladiatoria propriamente celtica, ovvero quella dei Crupellarii.
A differenza degli Andabati però i Crupellarii appaiono come una vera e propria classe gladiatoria nell’accezione più classica del termine, composta da “schiavi destinati al mestiere gladiatorio”, più simili dunque ai gladiatori romani.
Il contesto stesso nel quale appaiono i Crupellari, la ribellione transalpina di Floro e Sacroviro del 21 d.C., durante il principato di Tiberio, fa dubitare che possano essere strettamente messi in connessione con i munera funerari e che non si tratti invece di una variante “etnica” delle classi gladiatorie romane presso un contesto, come quello della Gallia Transalpina, in fase di romanizzazione.
Curiosa poi è la sporadica presenza dei Trinci o Trinqui nei testi tardo-romani.
Nella Storia Ecclesiastica di Eusebio costoro vengono descritti come delle vittime designate che “veteri more et sacro ritu” venivano immolate per mezzo di combattimenti rituali tra di loro o contro delle fiere (“Les Trinqui gaulois, gladiateurs consacrès”, Piganiol, 1923) durante le celebrazioni annuali di una non meglio identificata “Festa delle Tre Gallie”.
Per quanto non connessa ai munera funerari, la pratica degli scontri gladiatori di tipo sacrale e religioso, “sacro ritu”, sembra quindi profondamente ancorata all’interno della Gallia anche dopo svariati secoli dalla conquista romana, e affonderebbe le sue origini nelle usanze autoctone, “veteri more”.


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Sabato 27 ore 17.00


Prof. Graziano Baccolini

"La Montagna Etrusca,Simboli e Misteri"
Dagli Etruschi l'origine dei Merovingi del Giglio di Francia e di Firenze


" E' una ricerca che sembra un thrilling e il titolo di questo articolo può sembrare inverosimile. Seguendo il percorso di alcuni simboli etruschi finora misconosciuti credo di essere riuscito a dimostrare che i discendenti degli etruschi emiliani, che vivevano nell’alta valle del Reno, nel 363 d.C. furono in gran parte massacrati e moltissimi deportati come schiavi dalle tribù franche dei Sicambri. Questi schiavi furono portati nelle terre dei Sicambri vicino alle foci del Reno del Nord Europa dopo che le coorti franche conquistarono l’antico e ricchissimo tempio etrusco che si trovava sulla montagna sacra etrusca, Montovolo1. Dai discendenti di questi Sicambri, ma anche da quelli degli schiavi etruschi, nacque, circa cento anni dopo, la dinastia dei Merovingi con la loro elevata cultura che deriverebbe, in parte, da quella etrusca. Tutto ciò è stato possibile verificare basandomi su fonti come reperti etruschi, monete romane, gioielli Merovingi, esposti in vari musei nel mondo, oltre a testi di autori latini e franchi del periodo. Un lungo viaggio, rincorrendo alcuni simboli, che parte dai Sumeri dell'antica Mesopotamia per giungere fino ai Merovingi del V-VIII secolo d.C. passando attraverso la cultura greca dei centri oracolari dell'Egeo, quella etrusca e quella romana degli imperatori del III-IV secolo d.C.. Alla fine si dimostra che il “giglio” etrusco, simbolo identificativo di Montovolo, la montagna sacra etrusca, trovato anche su reperti esposti nei musei di Volterra e soprattutto di Bologna e Marzabotto, e riportati nel libro con bellissime foto, originò il “giglio” di Francia, il fleur de lis, che i primi re Merovingi usarono come emblema del loro potere e che tuttora viene usato dalla regina d'Inghilterra nel suo stemma e nella sua corona.
Nel Cap. VII del libro viene ricostruita, basandomi sui toponimi dei luoghi, quella cruenta battaglia attorno a Montovolo per la conquista dell’antico tempio oracolare etrusco che si trovava sulla cima di quel monte che aveva appunto come suo emblema un “giglio”.
Finora questa battaglia era stata raccontata solo da leggende e filastrocche che ormai solo qualche anziano del luogo ancora conosce. Gli storici che mi hanno preceduto hanno collocato questo cruento evento nel IX secolo d.C. mentre io, sulla base di numerosi dati inoppugnabili, l’ho collocata precisamente nell’estate del 363 d.C., quindi cinque secoli prima. Dopo questa battaglia e quelle ad essa collegate il mondo di allora cambiò enormemente. Da qui nacque anche il potere assoluto della chiesa cattolica.
I comandanti romani cristiani di quella conquista cruenta trovarono un enorme bottino paragonabile a quello che vari imperatori romani depredarono a Delfi. Per questo motivo questi comandanti, subito dopo la morte del loro imperatore Gioviano, che li aveva inviati in Italia per distruggere appunto i templi pagani che facevano oracoli, furono inaspettatamente eletti imperatori. Erano i fratelli Valentiniano e Valente, prima di allora dei quasi sconosciuti. "

1) Montovolo è un monte dell'Appennino Tosco-Emiliano, nel comune di Grizzana Morandi.
Libro: Baccolini Graziano,
La Montagna Etrusca- Simboli e Misteri ed. Nuova S1 (2008)


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Sabato 27 ore 18.00

Elisabeth Mantovani

"Miti e Tradizione nell'iconografia dell 22 lamine degli arcani maggiori dei Tarocchi". L'origine e l'analisi di uno dei simboli più diffusi nell'immaginario collettivo.


Il mazzo di Tarocchi classico è da considerarsi il Tarocco di Marsiglia che appare per la prima volta nel sud della Francia intorno al 1400 ed è capostipite di tutti i mazzi successivi. Esso è formato da 78 carte, 56 delle quali sono le normali carte da gioco o Arcani Minori, e altre 22 che sono numerate, mostrano denominazioni particolari e possiedono un’iconografia ieratica e misteriosa. La letteratura dedicata ai Tarocchi è in gran parte un’interpretazione delle immagini simboliche contenute nelle 22 carte degli Arcani Maggiori. E’ probabilmente impossibile stabilire l’origine delle 22 carte: si può dire dunque con certezza che i simboli dei 22 Arcani Maggiori siano nati col pensiero dell’uomo e con esso si siano sviluppati. Questo libro, fatto di immagini, che si è arricchito col tempo di sempre più vivi significati psicologici e filosofici, appartiene dunque anche alla ricchezza dell’immaginazione popolare, la quale trova nei fenomeni naturali le spiegazioni essenziali alle leggi dell’esistenza. Per questo numerose raffigurazioni dei Tarocchi hanno origine o possono essere riferite al ricco panorama mitologico indoeuropeo. Ad arricchire l’immaginario dei Tarocchi hanno sicuramente contribuito i pittori d’immagini ed i cartai medievali, i quali, attraverso riproduzioni di carte in serie sempre più elaborate, hanno illustrato tematiche religiose e profane, facendo riferimento a mitologie nuove ed estremamente antiche ed, ancor più spesso, associando le une alle altre con intuito e fantasia straordinari. Uno dei primi mazzi di carte che riunì insieme simbologie sacre e profane con scopi morali ed istruttivi è quello dei Naibi italiani. Già in queste carte i riferimenti all’ordinamento sociale dell’epoca, agli usi e costumi, si associa a rievocazioni mitologiche greche e romane. I Naibi, formati da 50 carte divise in 5 serie di 10 carte cadauna, si riferiscono ad argomenti quali Scienze, Vita, Muse, Virtù e Pianeti. Le nove muse sono ricondotte alla decina con l’aggiunta di Apollo, ai sette pianeti sono stati aggiunti: l’Ottava Sfera, Primo Mobile, Prima Causa.
Da questo mazzo sembra siano derivati i Tarocchi classici del 1400.
Una delle chiavi d’accesso più importanti alla lettura e alla comprensione del meccanismo dei Tarocchi si trova sicuramente nei libri di Astrologia, di Alchimia e nel patrimonio iconografico e simbolico della tradizione mitologica occidentale. Le analogie tra il percorso degli Arcani Maggiori e le tappe successive della ruota zodiacale sono molteplici e in alcuni casi perfettamente congruenti.L’analisi dello Zodiaco in relazione alle fasi successive della creazione, è a questo proposito interessante. Zodiaco viene dal greco Zodiakos Kiklos il cui significato è “cerchio della Vita” o ciclo del movimento della Vita. Questo principio è in stretta relazione ad una delle figure simboliche più antiche: l’
Ourouboros o serpente che si morde la coda. Esso fa riferimento al processo di creazione dell’Universo: tutto è in uno ed è destinato ritornare perennemente all’unità.. Nella figura dell’Ourouboros è implicito il principio della duplicità, dell’interazione di principi opposti e complementari che permette il manifestarsi di ogni cosa.
Questa tensione è evidente anche nel percorso della ruota Zodiacale (nell’alternarsi di segni positivi e negativi, di case diurne e notturne, di due emicicli uno dei quali ascendente e l’altro discendente) e si riscontra nel percorso dei Tarocchi, i quali non possono venire compresi che tutti insieme proprio come i diversi elementi della ruota zodiacale.
Il ciclo continuo che alterna il giorno alla notte, il positivo al negativo è lo stesso che avvolge nelle sue spire l’esistenza umana.


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Sabato 27 ore 19.00

Roberto Negrini

Radici o Gramigna?!

Le Radici (non) Cristiane della Civiltà Europea
e l’infestazione della Gramigna galilea.
Proposte e provocazioni neo-pagane per una PanSophia diserbante

conferenza di Roberto Negrini
(saggista e presidente dell’Akkademia PanSophica)
con la partecipazione di Selene Ballerini
(scrittrice e segretaria nazionale dell’Akkademia PanSophica)


E' storia ormai di alcuni anni fa il serpeggiare di un acceso dibattito, in realtà circoscritto quasi esclusivamente alla sfera politica, da molti ambienti culturali prudentemente schivato e dalla stampa solo sommessamente echeggiato, in relazione all’opportunità o meno di aggiungere nel testo di preambolo della nuova Costituzione Europea un esplicito riferimento alle presunte “radici giudaico-cristiane” dell’Europa, della sua storia e della sua cultura. L’inevitabile discesa in campo del Vaticano, e di alcune forze politiche soprattutto polacche ma anche spagnole (pre-zapateriane), irlandesi e particolarmente italiane (queste ultime sia di matrice cattolica che laica ma tutte molto sensibili agli umori pontifici), a favore di tale “aggiunta” in un testo che in realtà doveva, almeno nelle intenzioni, riflettere l’identità culturale e spirituale di tutti coloro che si consideravano e si considerano europei trovò a suo tempo - in Italia come altrove - risposte di dissenso cosiddetto “laico” o di diversa religiosità, fin troppo balbuzienti e a dir poco evanescenti, fatta eccezione di qualche isolata voce islamica ed ebraica. Alla fine, nel giugno e poi nella ratifica finale di ottobre del 2004, grazie soprattutto alle vive opposizioni, comunque assolutamente strumentali e politicamente finalizzate, di Svezia, Finlandia, Belgio e Francia, il fatidico “preambolo” al testo approvato della novella Costituzione Europea è restato – e ancora resta almeno fino a oggi - immune dalla vagheggiata postilla giudaico-cristianizzatrice, seppur al prezzo di epurare anche i previsti e ben più onesti riferimenti alla tradizione ellenica e romana oltre che all’Illuminismo. Le reazioni di Oltretevere e di chi da Oltretevere psicologicamente e culturalmente ancora dipende non si fecero all’epoca attendere e - parallelamente ad alcune vive rimostranze italiane lamentosamente proclamate da politici più o meno strumentalmente convertiti e da discutibili intellettuali teocon più o meno laicamente devoti e convinti che la riaffermazione politico-culturale delle “radici cristiane” costituisca un baluardo ineludibile contro l’invadenza montante dell’integralismo islamico - in un comunicato del 19 giugno 2004 il Vaticano ebbe modo di esprimere tutto il suo “rammarico per l’opposizione di alcuni Governi al riconoscimento esplicito delle radici cristiane dell’Europa”.
Peraltro anche (e spesso soprattutto) tra i desolanti scenari del culturame “laico”, “post-marxista” e perfino “liberale” la fin troppo nota affermazione
non possiamo non dirci cristiani inaugurata dal “laicissimo” Benedetto Croce nel 1942, riesumata per l’occasione e citata fino alla nausea nel corso del dibattito sull’ancora vagheggiata cristianizzazione della Costituzione europea, viene a tutt’oggi costantemente sbandierata e agitata come una scimitarra sunnita sopra le nostre teste da chi ci vorrebbe tutti e tutte - nostro malgrado - “cristiani”. Ponendo di contro quale unica, inesorabile alternativa quella di proclamarci materialisticamente “atei”…

è comunque certamente possibile formulare risposte “alternative” a tutto ciò. Risposte... o nuove impertinenti
domande che restituiscano voce all’afasia che non di rado coglie gli orfani smarriti del fideismo biblico ed evangelico, non di rado “nostalgici” della “fede perduta”. E una di tali domande è certamente: alla luce di una visione globale e sacrale del mito e della storia, di una considerazione meta-antropologica che abbracci sfondi e scenari del nostro codice genetico e dell’inconscio collettivo occidentale, di una concezione del tempo che oltrepassi i confini di un segmento lineare arbitrariamente ritagliato da una spirale plurimillenaria di eoni, è proprio vero che non esistono altre alternative che o abbrutirci in una triste e riduttiva prospettiva di ateismo nichilista o definirci “cristiani”, cioè eredi o seguaci spirituali e culturali di un oscuro rabbino galileo che secondo notizie storicamente più che incerte sarebbe stato giustiziato dai romani nell’anno 786 dell’Urbe per dimostrare di essere il “figlio” del Dio tribale degli ebrei e che in seguito i suoi seguaci propagandarono come “Salvatore Universale” da una misteriosa precedente “condanna” che tutta l’umanità, dalle Americhe all’Australia, dalla Siberia all’Africa, dall’Egitto all’Etruria, per tacere di Roma e Grecia, ignorava totalmente, seguita a un’oscurissima originale “colpa” (o “Peccato Originale”) che nessuno si sognava neppure di aver commesso?
E ancora:
appellarsi più o meno in buona fede alle presunte radici giudaico-cristiane per fronteggiare strumentalmente una possibile invasione politico-culturale dell’integralismo coranico non equivale forse a voler fronteggiare i risucchi sconvolgenti di un uragano immergendosi fiduciosamente nell’abbraccio radicante di un’insidiosa distesa di sabbie mobili?
In realtà noi europei, e più in generale noi umani e umane, possiamo certamente (e forse dobbiamo) non definirci cristiani”, e anzi forse non dobbiamo definirci affatto nei confini di un qualunque teismo specifico se intendiamo spregiudicatamente esplorare, estrarre e studiare radici metafisiche della nostra cultura che siano un po’ più complesse, profonde e millenarie di quelle rappresentate da uno strato di gramigna patriarcale cristiana che da qualche manciata di secoli ha infestato l’Europa e il mondo. Sarà allora più facile focalizzare lo sguardo oltre gli scenari stinti delle mitologie religiose più recenti o degli scetticismi delusi dell’ateismo scientista e individuare quegli “sfondi” e “retroscena” pagani, misterici e pansophici in cui il Mito Arcaico resta illustrato in elusivi, spiroidali geroglifici e cogliere altresì il lampeggiamento degli squarci nella Storia in cui i sapori e le ebbrezze del più antico passato spirituale sono filtrati tra le pieghe del Tempo.


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Domenica 28 ore 16.00

Gianpaolo Stella
Artigiano e studioso

"I Giocattoli degli Antichi"


Gianpaolo Stella frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Ravenna per lo studio del ritratto.
Dal 1975 inizia ad esporre le sue opere in mostre collettive e personali.
Prosegue lo studio pratico sulla sperimentazione delle tecniche degli antiche, in particolare sulla terra sigillata assieme al maestro ceramista Matteo Capitini di Castiglion fiorentino.
Con l’approvazione del Comitato Scientifico di Palazzo grassi, collabora dal 1988 alle mostre: “I Fenici”, “I Celti”, “I Greci in Occidente”, e molte altre.
Attualmente si impegna per il rifacimento di reperti (lucerne, maschere, piastre, vasi e giocattoli) per vari musei: Bologna, Bolzano, Rovigo.




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Domenica 28 ore 18.00

Giuseppe Barbera
Associazione Tradizionale Pietas

"Introduzione allo studio sui Culti Esculapidei"

Nel mondo antico i culti terapeutici ebbero una funzione rilevante all’interno della società. Nella dimensione romana il Dio della medicina, come tutti ben sanno, era Esculapio. Ma la dimensione della terapeutica non si soffermava a questa sola Divinità. Caratteristica del politeismo è l’identificazione di settori ben specifici per ogni scienza, e così per la medicina, più evoluta in antico che nel medioevo, esistevano più Divinità specifiche. Chi era il Dio supremo della medicina, capace di curare i mali peggiori? Apollo. A questo Nume seguiva una discendenza di Dei caratterizzanti diversi aspetti della cura. Esculapio, figlio di Apollo, è il Dio che usa la medicina per gli uomini, questi genera poi Iaso, Egle, Panacea, Podalirio, Acheso, Makaone, Ygeia (Salus, in alcuni casi moglie di Esculapio). Il Dio della medicina era figlio del Sole, Astro/Nume curatore, luce di bene che si opponeva a qualunque male. I sacerdozi antichi avevano una loro organizzazione gerarchica e probabilmente il giuramento di Ippocrate è legato ad un titolo sacerdotale (Ippos Crates: gestore della forza dei cavalli, simbolo dell’istinto umano) che sanciva il passaggio dal noviziato terapeutico al sacerdozio vero e proprio poi applicato negli ospedali, dove alle cure materiali si associavano pratiche metafisiche. Ma davano questi soluzioni ai mali o erano solo superstizioni? Numerosi iscrizioni di ex-voto dimostrano che pazienti dei templi esculapidei guarivano dai loro mali, tra le quali ricorderemo quelle dell’Isola Tiberina, dove ancora oggi sorgono ospedali, in segno di memoria di una forza terapeutica che supera il tempo e lo spazio.

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Domenica 28 ore 19.00

Alessandro A. M. di Santa Margherita
Gentilitas - Spiritualità Italica

(titolo da comunicare)




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